Scritture Le forme di comunicazione

 

6 Altri mondi

1. Australia e Polinesia

 

I pregiudizi sugli ‘ottusi aborigeni’
Se dell’America si poté dire che era ‘senza lettere’ e dell’Africa che era ‘senza scrittura’, agli altri mondi dei popoli australiani, oceanici e polinesiani l’Occidente ha negato a lungo, e ancora più pervicacemente, qualsiasi capacità di produzione simbolico-grafica che non fosse da considerarsi primitiva.

 Churinga provenienti dall'Australia. Gli aborigeni Aranda e Loritjia Panno uso di questi oggetti rituali in legno o pietra, come supporto per la codificazione del mito di fondazione del clan totemico che li custodisce. Quando, nel corso di una cerimonia, il churinga viene prelevato dal suo nascondiglio, il testo trascritto dalle spirali geometriche viene "letto" e recitato. Oggetto di proprietà del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini, Roma; foto G.Peyrot


Churinga provenienti dall’Australia. Gli aborigeni Aranda e Loritjia Panno uso di questi oggetti rituali in legno o pietra, come supporto per la codificazione del mito di fondazione del clan totemico che li custodisce. Quando, nel corso di una cerimonia, il churinga viene prelevato dal suo nascondiglio, il testo trascritto dalle spirali geometriche viene “letto” e recitato.
Oggetto di proprietà del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini, Roma; foto G.Peyrot

Oggi si è forse in grado di correggere quel giudizio, riconsiderando da un punto di vista antropologico le testimonianze di quelle culture.
Quando strane lame a forma di ellisse, fatte in legno e in pietra, sulle quali erano incisi o dipinti complicati segni in forma di spirali, di cerchi, e di altri tracciati geometrici, furono scoperte presso le culture aborigene australiane degli Aranda e dei Loritja, si credette di poterle collocare idealmente alle origini del grafismo umano e al di fuori di ogni prospettiva evolutiva.
l churinga o tjurunnga (questo il nome aborigeno), assieme ai piccoli e rozzi pezzetti di legno incisi noti come ‘bastoni-messaggio’, sembravano infatti estranei non soltanto a un intento estetico sia pure elementare, ma anche a una funzione mnemonica o emblematica, che non riusciva a essere riconosciuta nel continuum di segni, apparentemente casuale e privo di sintassi.
Di lì a far diventare quei manufatti il caso esemplare di una non-scrittura, sottratta a qualsiasi convenzionalità interpretativa, il passo era breve; nessuno si era chiesto se, osservate ‘con lo sguardo degli indigeni’, le creazioni aborigene potessero assumere un diverso valore culturale e una funzione assai più simile a quella delle nostre ‘scritture sacre’ di quanto si sarebbe potuto immaginare.
Per l’uomo aranda che custodiva il churinga del proprio clan totemico, in realtà, esso rappresentava graficamente un mito di fondazione di volta in volta nuovamente attualizzato e nel quale il mitico antenato umano-animale si muoveva ‘in sogno’, tracciando percorsi destinati a limitare e definire la terra del clan.
Il testo di ciascun churinga trasponeva quindi in forma astratta i ritmi della narrazione mitica, creando una sorta di mappa (della mente e dei luoghi) lungo la quale il ‘lettore’ ritrovava gli itinerari e i modelli di comportamento del proprio clan.
I ‘primitivi’ aborigeni avevano creato uno strumento di sorprendente complessità, nel quale la ricchezza simbolica dei segni grafici era strettamente legata alla forma, più o meno allungata, e alle dimensioni del supporto.

 

Churinga (Australia). La cordicella veniva utilizzata per far roteare il legno nelle cerimonie: il sibilo che questo provocava era la voce dell'antenato. Oggetto di proprietà del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini, Roma; foto G.Peyrot

Churinga (Australia). La cordicella veniva utilizzata per far roteare il legno nelle cerimonie: il sibilo che questo provocava era la voce dell’antenato.
Oggetto di proprietà del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini, Roma; foto G.Peyrot

 

Il dono dei Rapanui
Se l’assenza di scrittura tra i “primitivi” era la norma, la sua presenza (dove fosse incontestabile) doveva esser spiegata come il risultato di un qualche misterioso influsso culturale proveniente da paesi ‘civili’, non importa quanto fossero lontani: è ciò che accadde alla scrittura dell’isola di Pasqua, scoperta alla fine del Settecento ma studiata sistematicamente da poco più di un secolo.
Si tratta di un sistema dalla struttura molto particolare, con caratteri incisi su tavolette di legno seguendo righe otiuontali che procedevano verso il basso con andamento ‘bustrofedico’ (alternando il senso da destra a sinistra, come awiene nell’aratura di un campo) e linee di volta in volta capovolte.
La scrittura, chiamata rongorongo (vale a dire ‘recitazioni’) nella lingua rapanui parlata dalle antiche popolazioni dell’isola, avrebbe forse potuto sciogliere da tempo i suoi misteri se l’arroganza europea non avesse ridotto in schiavitù e sterminato, alla metà dell’Ottocento, gli ultimi abitanti in grado di leggerne i testi.
Il risultato fu che questa scrittura venne considerata ‘eredità’ di qualche grande civiltà d’Oriente; e fu addirittura collegata, in virtù di alcune superficiali analogie morfologiche, a quella della valle dell’Indo.
Gli studiosi moderni hanno formulato convincenti ipotesi sulla natura del sistema, che si è rivelato composto non di molte centinaia di segni, come si era creduto un tempo (se ne erano elencati sino a 778), ma di soli 70 segni-base da cui, grazie a diversi procedimenti di composizione (raddoppiamento, concatenazione, rovesciamento bustrofedico, modificazione del formato, rotazione, fusione ecc.), erano state create le unità grafiche complesse corrispondenti, secondo la tradizione dell’isola, a singole parole.
Ideata per trascrivere i canti rituali di un’antica varietà del rapanui polinesiano, questa scrittura è di fatto un sistema sillabico, cui sono aggiunti alcuni segni logografici usati per trascrivere determinate, parole-chiave.
La decifrazione in corso potrà forse restituirci i canti perduti, un dono che una cultura ormai annientata ci ha comunque lasciato in eredità.

 

Tavoletta rongorongo, incisa su legno in scrittura dell'isola di Pasqua.

Tavoletta rongorongo, incisa su legno in scrittura dell’isola di Pasqua.

 

Il senso di lettura, nelle tavolette rongorongo, va da sinistra a destra con andamento bustrofedico rovesciato: per seguire il testo, a ogni nuova linea bisogna ruotare la tavoletta da sopra a sotto.

Il senso di lettura, nelle tavolette rongorongo, va da sinistra a destra con andamento bustrofedico rovesciato: per seguire il testo, a ogni nuova linea bisogna ruotare la tavoletta da sopra a sotto.

 

Bastone-messaggio australiano. È uno dei mezzi con cui le tribù aborigene, spesso separate da vaste zone semidesertiche, mantenevano rapporti tra loro. I pittogrammi sul bastone erano incisi in presenza del messaggero incaricato di portarlo, il quale li avrebbe in seguito riconosciuti e verbalizzati in un discorso completo. Oggetto di proprietà del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini, Roma: foto G.Peyrot

Bastone-messaggio australiano. È uno dei mezzi con cui le tribù aborigene, spesso separate da vaste zone semidesertiche, mantenevano rapporti tra loro. I pittogrammi sul bastone erano incisi in presenza del messaggero incaricato di portarlo, il quale li avrebbe in seguito riconosciuti e verbalizzati in un discorso completo.
Oggetto di proprietà del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini, Roma: foto G.Peyrot

© Città Metropolitana di Cagliari – Riproduzione vietata